DRAMA!

Per dire quello che voglio dire devo fare un giro larghissimo. Non che di solito non lo faccia, ma oggi mi va di avvertire subito, così potete iniziare ad annoiarvi senza sperare che io sia concisa (che poi aspettarsi una cosa del genere da me è come sperare che Binotto dica una cosa sensata durante le interviste post gara, o che Vanzini faccia un commento costruttivo durante una telecronaca mentre Gené azzecca un congiuntivo, insomma).

Il fatto è questo: c’è un’atleta per le cui gare quando ero più piccola facevo il conto alla rovescia sul banco o sul diario, non dormivo la notte e finivo le unghie per il nervosismo, e no (colpo di scena amici belli!), quell’atleta non è Roger Federer. Ancora prima di sfociare nel mare dell’amore per il tennis, e probabilmente annegarvi, lo sport che mi ossessionava (parola più che azzeccata vi assicuro) era il pattinaggio sul ghiaccio. E l’atleta di cui sto parlando è Carolina Kostner, che tanti conoscono più per i suoi guai dentro e fuori la pista che altro, ma che sarebbe più opportuno ricordare come l’atleta più medagliata in Europa e sicuramente, per distacco, in Italia. Inutile stare lì a sciorinare numeri per descrivere i suoi risultati, possiamo dire una cosa: sono numeri impressionanti, ma potevano essere di gran lunga migliori.

Questo per quale motivo? Per il motivo più banale e deriso di tutti: tanti, troppi errori. Una delle pattinatrici più talentuose del lotto, ma a cui purtroppo è spesso per un periodo mancata la continuità. E non parliamo di errori di poco conto, che magari la relegassero al quinto posto quando avrebbe potuto vincere, parliamo di errori madornali e gare terrificanti, che la spingevano fuori dalle prime 15 in classifica. Il pattinaggio è un poco così, tutto tutto o niente niente. Ma andiamo avanti, non sono qui per fare l’analisi tecnica di uno sport vagamente sottovalutato per via dei troppi lustrini sui costumi, anche se starei a parlarne per ore.

Quando ero più piccola e il mio sport preferito non riguardava né motori né racchette, quello che leggevo sui giornali, sui blog o sui commenti veloci che sentivo alla radio sui risultati di Kostner mi facevano dubitare di lei, dello sport e di qualsiasi cosa ci fosse oltre una caduta o un brutto punteggio. Mi facevo influenzare, e mi convincevo di conclusioni affrettate tratte da persone che si vantavano di pareri opinabili. Che fosse un “mancanza di talento” o “tanto talento, ma non otterrà mai buoni risultati”, temevo di leggere queste cose perché credevo che in fondo rappresentassero la verità. Non avevo controprova di un’analisi completa e oggettiva su quelle gare, quei risultati, quindi, non avendo possibilità di approfondire, semplicemente ci credevo.

È un esempio, forse non troppo azzeccato in generale, ma è la prima cosa che mi viene in mente quando sento telecronache in cui si dicono cose oggettivamente sbagliate, o leggo articoli in cui si fanno interpretazioni negative su un pilota, una squadra o un evento accaduto in pista.

È troppo più facile trarre, dai risultati negativi, la semplice conclusione che lo sfortunato atleta sia inadatto alla posizione che occupa, che sia da sostituire, da pagare meno, da mettere da parte. La bieca convinzione che sia semplice mettere in fila dei risultati e la più cieca arroganza di conoscere il metodo più veloce per la risoluzione dei problemi prendono il sopravvento.

So che da un pubblico medio, che spegne la tv nell’esatto momento in cui finisce la gara, che non ha la voglia né il tempo di leggere approfondimenti lunghi pagine e pagine, scritti in settimane di notti insonni e lavoro instancabile, non posso pretendere subitanea competenza e prontezza nel capire e analizzare. Mi aspetto però che chi ha il mestiere chiarisca, completi, rimandi a fonti più competenti se non è in grado di approfondire. Questo manca se quest’ultima categoria (che non denomino neanche giornalismo sportivo, perché è altro) con un paio di parole dette in telecronaca o scritte con troppa convinzione su delle pagine di giornale, invece di instradare il suo pubblico verso la conoscenza oggettiva dei fatti, forse non troppo semplice da raggiungere, preferisce aizzare gli animi con narrazioni becere su argomenti che facciano sussultare la comune curiosità o, per meglio dire, la pochezza della superficialità umana. Perché in fondo per tutti noi è più naturale, più semplice, più veloce, arrivare alla conclusione peggiore, a quella risoluzione più leggera che ci faccia dormire tranquilli la notte, che ci consoli per il fatto che anche chi sta in televisione, chi ha un nome famoso o, nel caso specifico, chi corre in una categoria divina come la Formula 1 o compete contro il mondo su una pista di ghiaccio, sia simile a noi nei nostri aspetti peggiori. È consolante pensare che ci sia qualcuno che compie degli sbagli perché ha poca voglia, perché non ha motivazione o, peggio ancora, perché è aiutato da qualcuno pur non meritandolo. È la giustificazione standard che, anche se non vogliamo ammetterlo, nella nostra vita sopperisce nel profondo ad ogni nostro insuccesso: “ha fatto meglio di me perché è il figlio\marito\nipote\cognato del capo”, “quella lì guadagna di più perché ha fatto un favorino un paio di sere fa”… e così via. Mi sembra pessimistico pensare che tutte le persone ragionino in questa maniera, mi sembra invece realistico credere che una parte di quei soggetti che scrivono su giornali/blog, che fanno telecronaca in televisione, o che alla fine dei conti hanno un minimo di influenza sulla fetta più grande di una determinata comunità, spingano su questi impulsi meschini e facili da solleticare che tutti abbiamo, chi più chi meno. È troppo difficile conquistare il pubblico con una analisi approfondita ed estremamente tecnica, anche se la situazione lo richiede pesantemente, è molto più facile fare leva su queste parti più esposte delle persone.

L’esempio di Kostner mi ha fatto comodo perché mi rendo conto che l’opinione media su di lei è sempre stata del genere “una ragazza simpatica, un discreto talento, ma sbaglia troppo, è raccomandata, mandiamola via”, mentre si incorreva nella semplicistica conclusione che i suoi cattivi risultati fossero dettati da scarso impegno. Una come me, che non aveva cultura di sport, consapevolezza di poter distaccarsi dai pareri di chi scriveva su un giornale nazionale, o discuteva di qualcosa che non gli competeva durante un breve inutile servizio al telegiornale, si aggrappava a questi pareri sperando che un giorno lei li smentisse.

È successo alla fine: nell’ultima parte della sua carriera Kostner ha raggiunto risultati da prima della classe: un titolo mondiale, una medaglia olimpica e svariati titoli continentali che farò finta di non aver mai contato. Ci sono delle motivazioni per cui il trend nei suoi risultati è cambiato, ne ha parlato spesso, e chi vuole può capire.

Ma forse il punto non è quello, il punto è che può capitare che non tutti abbiano l’attitudine ad approfondire ogni singolo risultato, risalendo faticosamente alla sorgente di cui esso è conclusione, è giusto così, non credo sarebbe normale il contrario, in fondo ci sono vari gradi di interessamento con cui uno sport può essere seguito. Quello che invece deve per forza realizzarsi, e che bisognerebbe pretendere, è che al livello base, all’ordine zero, chi di dovere, chi fa informazione, rimanesse coerente ai fatti, senza stimolare parti sensibili, senza scatenare la malizia o la crudeltà dell’essere umano, che, essendo parti meno nobili, sono meno inclini a farsi pregare quando gli si richiede di prendere il sopravvento.

In fondo non c’è niente di male ad abbassare la voce, figurativamente per una volta, e a lasciare che sia semplice sport quello che vediamo, non una rivalsa dei ricchi sui poveri o degli insoddisfatti sui talentuosi. Da un lato è una questione di prove oggettive e di numeri, di valore intrinseco e fatti reali, dall’altro è vero che lo sport diventa davvero comprensibile nel momento in cui appare condivisibile sul piano umano, nella sua capacità di sovrapporre all’oggettività di base la volubilità ineliminabile dell’atleta.

E il punto focale è forse questo: bisognerebbe riconoscere la differenza che c’è tra questa sincera inclinazione all’umanità più ovvia e quello che invece viene spesso espresso dai media o da chi per loro: un drama distorto e artificioso, costruito per forzare i toni e creare quel finto entusiasmo tipico di chi non ha niente da dire, che alcuni ritengono necessario, ma che lo sport, senza mezzi termini, schifa.

 

 

 

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