Dritti e rovesci in variante

Per questo pezzo tornerò alle origini. Non posso fare altro. Ritornerò a dirvi quanto l’atteggiamento di Sebastian Vettel mi ricordi quello di uno quasi innominabile, Roger Federer.

Entrambi hanno dominato i loro periodi di gloria, imbattibili, insuperabili, divini. Entrambi si sono ritrovati, a un certo punto, nel baratro. Il tennis però è uno sport individuale, per non parlare del fatto che uno come Roger non deve dare conto a nessun altro che non sia se stesso o, come dice lui, la sua famiglia. Il resto sul lungo termine non conta: le critiche, l’ironia dei giornalisti, la rassegnazione dei tifosi, sono tutti fini a loro stessi. Ma il suo baratro era profondo, ve lo assicuro, era un pozzo. E un aspetto negativo del tennis è che appunto dipende solo da te: se giochi male, se gli altri sono più forti, non c’è molto che qualcun altro possa fare per aiutarti. Sei tu, solo, lì, a non valere più quello che valevi prima. Puoi cambiare racchetta, staff, avere qualcuno che ti aiuti prima e dopo, ma poi sul campo c’è solo la tua testa, solo il tuo braccio, e dall’altra parte c’è quel ragazzino dieci anni più giovane di te che spinge come un dannato, non ha paura di niente, non ha nemmeno più paura di te, che prima eri il suo Dio.
Nella Formula 1 è diverso, c’è un team, è positivo e negativo insieme: hai un supporto, qualcuno alle tue spalle, che ti protegge, prova ad aiutarti, hai un mezzo che può essere studiato, modificato, adattato, non sei solo a combattere gli altri, sei parte di un esercito. Però il singolo fa il tutto, e se sbagli tu, che poi sei quello che si deve sobbarcare gran parte della responsabilità in gara, hai anche il peso di aver rovinato il lavoro di altre migliaia di persone. Se poi il tuo esercito è la Scuderia Ferrari, e il tuo compagno di squadra un diamante, allora il peso delle sconfitte, così come l’orgoglio delle vittorie, è ancora più forte.
Eppure li vedo così simili che quasi mi stupisco. L’errore di Hockenheim l’anno scorso successe quasi in contemporanea con la partita di ottavi di finale agli Us Open di Federer.
Perse in quattro set contro John Millman, (“chi??” Eh, lo so) numero 55 del ranking mondiale, un disastro. 77 errori gratuiti in quel match, la palla non stava in campo, le gambe non funzionavano.
Mi stupii per la vicinanza di questi due eventi, due disastri colossali, aspettative buttate nell’immondizia.
E quello che è successo a Monza questa domenica mi ha ricordato allo stesso modo un altro match di Roger agli Us Open, un altro quarto turno, quello del 2013, contro Robredo, perso in tre set netti. Pessima partita, pessimo risultato, sembrava che fosse impossibile reagire a quella giornata. Dopo una stagione terribile, per risultati, per sensazioni, quella sembrava la goccia finale, per l’atteggiamento con cui uscì dal campo mi venne il dubbio che lo avrei visto di nuovo giocare.
Vettel sta nello stesso baratro in cui Federer si trovava in quel periodo. E i tentativi di riprendersi, le gare buone, mi ricordano i match che il tennista giocava in quegli anni. Ad ogni partita giocata un pochino meglio pensavo “si riprende, eccolo.” Ma il giorno successivo rieccoci sul fondo, a perdere partite facili, a scivolare in classifica. Non era più quello di prima, non era il vero Federer. Se lo sarà chiesto anche lui “cosa sono diventato?”, ne sono sicura.

La gara di domenica è una mazzata, è inutile parlarne perché tutti sapete cosa significa, quali implicazioni ci sono, quanto è grave e pesante la situazione. Il peggio forse è che questa botta se la è data da solo, stava annegando e ha smesso di nuotare. Qualcuno aveva la possibilità di dargli una mano e tirargli la testa fuori dall’acqua il giorno prima, ma si è distratto e non lo ha fatto, può capitare. Allora lui ha pensato bene di andare sotto da solo, sulla pista dove non avrebbe mai dovuto, si è preso pure gli insulti e le maledizioni di chi era seduto intorno a me a bordo pista. Avevano ragione, erano tutti qui per lui e lui che fa? Si tira fuori dalla gara da solo, citazione sua. Ma sei scemo? Stai fermo e falli scorrere tutti che già hai fatto danno, volevo urlargli, ma niente, lui è ripartito, kamikaze, ha finito quello che aveva iniziato. Ala rotta, penalità seconda solo all’arresto. Te lo sei meritato, Seb. Io e il bambino seduto davanti a me abbiamo comunque continuato ad applaudirti quando ci passavi davanti, doppiato dal tuo compagno di squadra.
Avrei voluto scrivere di quanto l’emozione della vittoria di Charles sia stata forte da vivere lì dal vivo, è stato incredibile, da far tremare i polsi il boato quando ha passato la linea del traguardo. Ma lo avete fatto in tanti, se apro i social vedo solo foto del trionfo di Charles e di quella marea rossa che lo ha travolto di affetto. Quindi non c’è bisogno che io ve lo dica. È stata la cosa migliore che mi potesse capitare.
Ma io e l’empatia siamo così amiche che mentre camminavo verso l’auto, una volta uscita dal posto che ora è il mio preferito sulla faccia della terra, ho realizzato tutto quello che ho scritto finora, e ho capito che era questo quello di cui volevo scrivere.
La delusione forse guarirà nei prossimi giorni, mentre sull’Autodromo ridiscende un poco di calma e i tifosi tornano alle loro vite normali, tutto questo nero sbiadirà. Ciò non toglie che la macchia non se ne andrà, questa maglietta sporca è da buttare.
Però ti dico una cosa Seb: se vogliamo possiamo portare il paragone con Roger fino in fondo.
Il 2016 è stato un altro anno buio per lui, ha dovuto rinunciare alle Olimpiadi di Rio per un problema al ginocchio. Se conosci un minimo Roger sai quanto tiene alla sua Svizzera, quanto ha fatto per tutto il tennis, e non solo, del suo Paese. L’oro olimpico è l’unica cosa che gli manca, e ha dovuto rinunciarci all’ultimo momento. Da Luglio a Dicembre di quell’anno è stato fermo, sul divano, la racchetta nel ripostiglio. Hanno detto tutti che non sarebbe tornato, ogni persona sulla faccia della terra ha dubitato che avrebbe ricominciato a vincere dopo quello stop.
Non c’è bisogno che ti dica cosa è successo nei due anni successivi, tornei del Grande Slam vinti: tre. È arrivato a un record di venti in totale. Venti.
È ringiovanito come Benjamin Button? Ha pagato qualcuno per un trapianto di neuroni? Ha rubato la velocità di gamba a Bolt? No. Ha smesso di sbagliare, ha ricominciato a giocare bene tutti i colpi, forse meglio di quando dominava nove anni prima. Semplicemente Seb, ha ricominciato a credere di poter essere il migliore.
Forse è semplicistico quello che scrivo, forse sono troppo tifosa per vedere la realtà, ma questi stessi dubbi mi sono venuti anche tre anni fa, aspettando che Roger tornasse dall’infortunio, sperando di vederlo tornare a vincere. Ma non aveva senso darlo per finito, io lo sapevo.
La verità alla fine è che avevo ragione. E tu, Sebastian, devi fare una cosa adesso: fammi avere ragione di nuovo, che te lo meriti.

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