Guerra e mai pace

albon crash cina 2019

Dalle mie parti esiste un proverbio, che mi ripetevano abbastanza spesso quando ero bambina, perché anche allora come ora avere pazienza con le persone e rimanere in silenzio non era il mio talento migliore (stupefacente, vero?).

Dice più o meno così: “Mamma, Cicco mi tocca. Toccami Cicco, che mamma vuole”.

Bene, credo che in generale questo massimo principio filosofico della cultura italiana sia auto esplicativo, ma possiamo provare ad applicarlo alla tifoseria Ferrari, Mercedes, McLaren, Red Bull, Alfa Romeo che però è la Sauber, Dacia, Williams, Arrows, Tyrrell, Andrea Moda ecc, di cui tutti, nel bene o nel male, facciamo parte.

Quello che noi vorremmo in generale è la perfezione, desidereremmo che tutto il cuore, l’ardore, l’impegno che ci sembra di impiegare nella causa ci ritornasse indietro per intero, sotto forma di vittorie e successi. Vorremmo che come noi siamo perfetti nel puntare la sveglia all’alba e a tirarci su dal letto pur avendo dormito tre ore, o nel pranzare rapidi a mezzogiorno per essere pronti sul divano alle 14.10 (grazie nuovi dieci minuti in più che ci fate gustare meglio l’ultimo pezzo di torta!), anche i piloti fossero impeccabili in qualifica e in gara. Il nostro più grande desiderio per noi stessi è digerire bene quella fetta di torta, essere contenti e vedere la nostra squadra trionfare. Se quindi i piloti in questione non massimizzano il risultato significa che ogni nostro sacrificio è andato in frantumi, “potevo dormire”, “potevo studiare”, “potevo passeggiare per i campi come Heidi tutto il pomeriggio”, e invece eccoci qui, assonnati, impreparati e senza fiori di loto nei capelli.

Sto divagando, ma questa era la premessa.  

Dal pilota vogliamo fondamentalmente che sia perfetto, che non abbia cattive giornate o cattive sensazioni, che non si faccia venire cattive idee, a volte ci piacerebbe che non avesse il cervello, solo il piede sul pedale, le mani sul volante e una centralina elettronica nella testa. Cosa c’è di meglio? Non pensa, agisce, vince, soprattutto non si gira… non si gira MAI: non so se ho reso l’idea di che paradiso sarebbe.

Se dipendesse da noi, il pilota non agirebbe in modo avventato, lascerebbe il livello dei nostri battiti regolare, si atterrebbe alle azioni canoniche, o quando lo reputiamo noi necessario eviterebbe di prendere rischi, si accontenterebbe, si accoderebbe, si allontanerebbe dal pericolo, non andrebbe oltre i limiti della vettura e di sé stesso. Tutti questi condizionali mi hanno fatto venire il mal di testa già così. E farebbe innervosire persino me se mi dicessero di rimanere sempre cauta, considerando che il rischio più grande che posso correre è dato dalla vicinanza del phon all’acqua, e mi verrebbe voglia di salvare un bambino da un palazzo in fiamme solo per dimostrare che posso farlo. Immagina come reagirebbe uno che ha trascorso tutta la sua vita a guidare al limite delle leggi della fisica.

Comunque, questa è la prima parte delle nostre pretese, quella che ci porta a sbottare “Mamma, quel pilota ha rischiato troppo”.

C’è chiaramente l’altra faccia della medaglia. Noi dal Motorsport desideriamo altro, desideriamo svenire per quanto il sangue ci gira veloce, desideriamo cadere dal divano e far scappare animali domestici o coinquilini disinteressati nelle altre stanze per quanta adrenalina abbiamo in corpo. Vogliamo svegliare l’intero quartiere se non è ancora giorno. A differenza di altri sport, che ti portano al Nirvana attraverso altre pieghe tecniche, come la precisione, la bellezza del gesto, la solidità dei movimenti, da quelli che coinvolgono i motori noi pretendiamo le emozioni forti ed esagerate.

Ed è questa mancanza che sentiamo quando il pilota decide di alzare il piede, di attendere, di non buttarsi per non rischiare. È questa la certezza che ci crolla quando si mette a fare troppi conti, a pensare al mondiale, a chiedere chi ha davanti e chi ha dietro e infine si addormenta lì dove sta, si dimentica del suo istinto e si piazza. Alla fine ci fa perdere la pazienza ed è allora che indicando la tv con la mano bella aperta e il palmo rivolto verso il soffitto urliamo “dai rischia di più Cicco, che la mamma vuole”.

Ed è vero che quando parliamo d’amore, di qualsiasi forma esso sia, arriviamo spesso a contraddizioni inaspettate, a dire e contraddire nella stessa frase, ma se vogliamo tutto questo contemporaneamente, in un unico sacchetto regalo, beh mi dispiace, questo prodotto credo non lo vendano.

Forse solo ai saldi di primavera, quando le stelle si allineano, Marte è in Giove, Giove è in Marte, Venere si sposta un poco a destra per riflettersi nel Mar Caspio e Urano decide di farsi una vacanzina fuori dal sistema solare. Insomma, in quelle situazioni può capitare che un pilota compia la stagione perfetta, che diventi un automa per nove mesi su dodici e vada dritto alla vittoria del mondiale senza mai fare un errore, senza mai alzarsi dal lato sbagliato del letto una domenica mattina, che riesca contemporaneamente a valutare da fuori e da dentro la situazione in ogni singolo istante, che sia conservativo e creativo allo stesso tempo, con la pazienza infinita di Gandhi e il lessico dolce e musicale di Madre Teresa, uniti alla faccia tosta di John Cena.  

Purtroppo i pianeti fanno di solito cose abbastanza prevedibili, così come i piloti, che sono umani, come noi, a cui molto semplicemente capita di sbagliare o valutare male, anche nei momenti più delicati, e non so per quale motivo ci sia ancora bisogno di dire questa cosa abbastanza ovvia.

Che lo vogliamo o no da queste parti è così, altrimenti vi consiglio i campionati nazionali cinesi di tuffi. Lí non avrete problemi, una noia mortale, ma se cercate la perfezione automatizzata non ve ne pentirete.

Fatto sta che a volte alcuni tifosi sono capaci di dare più di una possibilità a chiunque li ferisca nella vita reale, ma non possono sopportare il tradimento da parte di alcuni piloti quando questi non riescono ad essere perfetti. Non lo accettano: è un fastidio che gli si appiccica sotto la pelle, come l’allergia o il suono di un antifurto nel cuore della notte, e non li abbandona mai, nemmeno quando sembra che il malessere stia migliorando. Questo rancore sta sempre lì, dietro la porta, a limarsi le unghie e canticchiare, pronto a saltare fuori in ogni occasione.

Il tempo e la pazienza, così come la ragionevolezza, per un tifoso medio sono concetti conosciuti e apprezzati forse solo fuori dalla sfera della Formula 1. Dentro invece niente viene lasciato passare, niente viene indagato nelle sue profondità, la causalità dei fatti è irrilevante. Se nella vita privata si riesce a mettere ogni cosa nella giusta prospettiva, riuscendo a mantenere l’obiettività nel valutare le mancanze e gli errori di chi sbaglia, in questo contesto la vena si chiude e si perdono i riferimenti del vivere civile, arrivando a volte a mortificare la dignità del pilota.

Il guaio in queste situazioni è che quest’ultimo non può rispondere, qui non esiste controparte, non esiste processo, questa è una condanna a morte senza appello.

C’è la possibilità che quell’amore passionale di cui parlavo prima si trasformi ben presto in un sentimento diverso, qualcosa di più mutevole, che fa sembrare la Formula 1 più un romanzo di Tolstoj che un motorsport.

Ma è solo uno sport, e sono solo persone, che sbagliano per diversi motivi che sono di sicuro indipendenti da una volontà della loro mente di danneggiare squadra e tifosi. Forse avranno anche gli abiti del supereroe, con la maschera, la tuta e la batmobile, ma vengono comunque condizionati dalle casualità della loro vita: essere un rookie (o quasi) che deve reggere il confronto con un campione del mondo, essere in un nuovo team che ha già un capitano dal carisma esasperato (ed esasperante), avere vari titoli mondiali e trovarsi a dover mettere ogni cosa in discussione per l’ennesima volta.

Se pensate che difendere fino allo sfinimento gli errori di qualcuno per cui tifiamo sia da testoni, da incompetenti e da arroganti trovo che l’italiano non sia vostro amico. Difendere non è giustificare: neanche i piloti stessi osano trovare scuse ai loro errori, sicuramente non quelli a cui mi riferisco io, figuratevi se passa per la mente a noi di farlo, anche quando tali errori sono reiterati con la frequenza tipica della più dura testardaggine.

Perchè non sta a noi. Non sta mai a noi.

Ci sono le parole di una canzone che mi sono rimaste incastrate nelle pieghe del cervello, che sono state accostate da qualcuno molto poco a caso a un pilota molto poco a caso: “We’d like to feel you’re acceptable, respectable, presentable, a vegetable”.

Anche questa frase è auto esplicativa, anche perché, purtroppo o per fortuna, nemmeno questo vendono qui da noi: i vegetali. Fate una fatica inutile a cercarli, perché non ce ne sono, né surgelati e nemmeno, soprattutto, bolliti.

 

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