Hell’s Bells

Ho fatto recentemente l’interessante esperienza di rimanere su una barca in mezzo al mare senza carburante. Non è una bella sensazione, anche quando dura poco. Nel mio caso siamo stati fortunati, il mare era una tavola e siamo rimasti fermi sul posto, lontani dagli scogli, ad ondeggiare e a farci venire solo una leggera sensazione di nausea. Mi domando se i piloti senza contratto e senza aspettative concrete provino una sensazione simile. Se, nel mezzo dell’incertezza, si sentano portati alla deriva da qualcosa che non possono controllare quasi per niente. La cosa che più impressiona è che loro sono sempre in grado di controllare qualsiasi cosa, la velocità, la direzione, la concentrazione. E perdere i riferimenti non deve essere tanto facile da accettare.

Forse la cosa fondamentale che tutti abbiamo imparato quest’anno è legata alla necessità di non dare più niente per scontato, neanche la capacità di arrivare dove ci eravamo prefissati. Non abbiamo più potuto credere davvero che “tanto c’è l’anno prossimo”, “ci vediamo la prossima volta”, “lo faccio dopo, tanto c’è sempre modo”.

È sempre stato banale, e forse anche rassicurante, per me pensare queste cose, e invece solo nell’ultimo mese abbondante ho pagato le conseguenze di almeno due di queste frasi.

Così un pilota a cui è stato assicurato di essere la prima scelta si ritrova con il telefono in mano mentre gli annunciano che la decisione presa va in tutt’altra direzione, o un altro, che sotto il cuscino conservava un contratto firmato e una certezza per il futuro, rimane senza una squadra per l’anno successivo. Non credo che gli atleti diano mai nulla per scontato, ma l’illusione di avere delle sicurezze consola tutti, in qualsiasi ambito, categoria sociale, nazionalità e genere.

Così oggi non sappiamo da che lato girarci, perché festeggiare per uno significa voltare le spalle all’altro, e se c’è una cosa che per me è inconcepibile è chiudere la porta in faccia a chi ha fatto del suo meglio per essere lì dove si trova. Io tendo sempre a fare questa narrativa che sfocia nel romanzo russo, me ne rendo conto, però io credo che lo sport rispecchi tante situazioni della vita. E nella vita una cosa fondamentale è il rispetto. Situazioni del genere vivono sul filo tra la mancanza di rispetto e la necessaria alternanza nella scala evolutiva.

Se il team ha un progetto nuovo per il suo futuro, se desidera puntare su qualcosa di diverso, su qualcosa di più giovane, anche a sacrificio dell’esperienza, allora se ti impegni tanto puoi capire in fondo la scelta di Ferrari. Ma dove sta in tutto questo la necessità di usare modi discutibili e dannosi, di lasciare che i media si mangino l’immagine di un pilota, finché non è lui stesso ad essere in grado di chiarire, diversi mesi dopo, la reale posizione delle parti?

No, non sta da nessuna parte. Un team che si forgia della sua essenza, del suo “essere Ferrari”, dovrebbe essere diverso, non dovrebbe essere nella posizione di lasciare il proprio pilota alla deriva senza salvagente, tanto non serve più.

Ma oramai è andata, le cose andranno come si desiderava ardentemente che andassero, chi poteva si è ripulito del fango in cui si era ritrovato, non parliamone più, che domani ci sono dei festeggiamenti da fare.

E dunque ci ritroviamo al punto di partenza: dove sta il sentimento giusto da provare oggi?

Io non so rispondere.

So solo che, seguendo un fantomatico “cattivo gusto” e una indignante “mancanza di rispetto” per il giorno scelto, è stato annunciato che l’anno prossimo Sebastian Vettel non si darà al giardinaggio o all’allevamento di galline, come sembrava certo quel 12 Maggio, ma proverà invece a dare un contributo ad una scuderia in crescita, che ha ancora tutto da vincere. Non si può che ammirare la capacità di andare avanti e di mettere da parte un sogno che sembrava significare ogni cosa. I sogni non si avverano sempre, e quando questo succede nello sport sembra una sconfitta per tutto un movimento, o per lo meno per quella parte che ci tiene, ma si può passare oltre, si può provare a costruirne un altro, più in linea con chi siamo davvero, in compagnia di chi è sulla nostra stessa lunghezza d’onda.

E so anche che un pilota solidissimo ed estremamente pronto come Sergio Pérez è senza sedile, in balia delle onde, abbandonato alla deriva. È ingiusto e non ci sono garanzie sulla possibilità di approdo in un porto sicuro. La sua espressione durante le interviste diceva tanto, forse tutto. Tanti anni impiegati a costruire qualcosa, diventati improvvisamente impalpabili, è finita che è stato spinto fuori da quella stanza, “see you, space cowboy”.

Cosa possiamo fare noi dunque?

Possiamo ricordarci di tutto questo suppongo. Avere sempre lo stesso atteggiamento, senza scandalizzarci o indignarci solo quando il pilota che trae beneficio da una situazione è quello che ci fa meno simpatia. Stare attenti, provare empatia sempre, tenere a mente che alla fine della giornata le situazioni ritornano e se la volta prima qualcuno quelle situazioni le ha subite, la prossima volta potrà doverne approfittarne. Sono pensieri a cui è difficile abituarsi, che ci si trovi in cabina di commento oppure seduti a casa davanti a un PC. È difficile quando pensi che ci sia uno sempre nella ragione e un altro sempre nel torto.

Penso che quando sei affezionato a qualcosa, e la guardi da molto vicino, vedi solo i dettagli positivi, non la vedi nel complesso, non riesci a mettere in prospettiva. Poi ti allontani e appaiono nuovi dettagli, metti a fuoco, analizzi, e forse allora ti sembra meno perfetta, meno splendente, e questo solo perché stai guardando il tutto nel suo complesso.

Bisogna sempre lasciare il beneficio del dubbio, nel bene o nel male, e lo so che non è banale, lo so io per prima, per esperienza. Perché le cose cambiano e in fondo bisogna imparare sempre, anche da situazioni inaspettate, che prendono il posto di cose che erano come edifici sicuri nella nostra mente.

Alla fine della fiera quello che volevo dire è che non c’è bisogno di gioire per una situazione positiva mortificando quelli a cui è andata male. Non ce n’è bisogno, non è mai necessario, e ci fa perdere quei benefici dati dal non essere più animali. Questo è l’atteggiamento preferito da chi fa la telecronaca, un atteggiamento le cui conseguenze si espandono a vista d’occhio, come un virus troppo contagioso. Eh sì, dato il momento non sono simpatica, lo so. Ma l’indifferenza e il vago disprezzo che chi di dovere, su una televisione nazionale, seguendo la bandiera del momento, mostra per alcuni atleti, hanno lo strano talento di attaccarsi facilmente e di non scomparire in nessuna maniera.

È finita che come al solito faccio l’hater. Il punto è che ci ritroviamo sempre a parlare delle solite cose, che con lo sport c’entrano poco e niente.

Alla fine l’unica cosa da sperare è che si riesca a riprendere il controllo, si sia in grado di non finire contro gli scogli, e, soprattutto, che qualcuno in Sky smetta di suonare le campane, perché altrimenti uno di questi giorni diventeremo tutti sordi.

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