Hockenheim, do you copy?

Il problema di questi tempi è che sembra tutto facile. Sembra facile comportarsi in una certa maniera, sembra facile essere migliori di qualcun altro, sembra che non serva alcuno sforzo per crescere e andare avanti in maniera soddisfacente.
Gli sportivi sono impressionanti perché fanno sembrare banale anche tutto il resto. Un tennista ti fa credere che sia la cosa più agevole del mondo giocare un rovescio incrociato che atterri sulla riga, un nuotatore fa finta di passeggiare mentre va a distruggere un record del mondo, un pattinatore atterra con leggerezza un salto da quattro rotazioni in aria. E un pilota fa sembrare la cosa più naturale del mondo raggiungere il livello che ci si aspetta dall’auto, dalla scuderia, da un team di Formula 1. Sono mostri, programmati in qualche strano modo alieno sconosciuto alla scienza. Vivono in un mondo tutto loro, in un sistema di riferimento in cui si respira bene solo a trecento chilometri orari.
Ed è per questo che qualcuno si sente in diritto di commentare, di dire la propria, di consigliare. È perché quello che fanno sembra così facile che, beh, perché non lo fa meglio?
Ad inizio stagione ho pensato a come dovessero sentirsi i più piccoli, quelli che mettevano per la prima volta i piedi dove li avevano messi i loro eroi anni prima, che fosse la prima stagione in Formula 1 o la prima stagione in un top team, stavano per scivolare finalmente nel loro mondo dei sogni. Stavano per toccare la loro personalissima piastra del world record.
Li ho immaginati tutti seduti, prima di arrivare a Melbourne, a pensare a quello che avrebbero fatto, alle vittorie, ai podi, ai meccanici che urlavano il loro nome, ai fan che cantavano il loro inno con tutta la voce che avevano. Riesco a vedere benissimo cosa ci fosse nei loro occhi quando andavano a dormire.
Poi sono arrivati i primi gran premi, qualcuno di loro ha preso subito la forma della propria monoposto, ha sentito subito tra le dita di potercela fare.
Qualcun altro ha fatto fatica dal primo istante in cui ha messo la divisa di quell’altro colore, quello che sperava assumesse il prima possibile la vecchia tuta.
E sì, sto parlando di Pierre Gasly, che più di un anno fa riceveva la notizia della promozione in un team da mondiale e dodici mesi dopo riprecipitava tra le braccia della sua vecchia squadra, come era successo al suo predecessore. In mezzo alla stagione, senza diritto di appello.
La cosa più sconcertante di quei primi mesi in Red Bull non sono gli incoraggiamenti buonisti del suo team principal, le garanzie fatte con le dita incrociate dal capo, che ha un nome come cognome e la faccia come un’altra cosa… In quei primi gran premi la cosa veramente desolante era la gogna mediatica, lo scherno da parte di chi è in grado di esercitare solo lo sport dell’opinionista occasionale, molto diffuso e molto praticato nei paesi occidentali. C’era un pilota in evidente difficoltà, una squadra incapace di aiutarlo e un mare di gente con la bocca piena di critiche molto poco costruttive.
Adesso, io non ho proprio idea se ci fosse una colpa, una mancanza, una soluzione non abbastanza cercata. Posso solo mettermi nei panni di uno che ha molto probabilmente iniziato l’anno festeggiando, programmando, guardando ogni cosa con la positività che ti danno le prime volte. È facile immedesimarsi: è quando desideri così tanto una cosa e la ottieni. Quando fai programmi per una situazione che ti fa sentire felice e non vedi l’ora che arrivi il momento per realizzarla, il tempo passa più lentamente, ma tu sei più contento e tutto si compensa. Quindi vai con pieno entusiasmo, con gli occhi più aperti del solito per godertela… e sbatti contro un muro di cemento.
Che cosa fai poi quando ti rendi conto di non riuscire? Quando non sai se sei tu a non essere in grado o qualcun altro che non ti sta aiutando abbastanza? Oppure cosa puoi fare quando non è colpa di nessuno, ma semplicemente quello che ti sembrava un sogno adesso è qualcosa che si avvicina moltissimo ad un incubo?
Quando il tuo compagno di squadra vince la gara e tu ti sei arrampicato a fatica tra i primi sei? Quando lui fa le pole e tu non riesci nemmeno ad avvicinarti in classifica?
E mentre tu sei lì immobile, a cercare di capire se puoi fare qualcosa, sullo schermo di una televisione c’è qualcuno che mette in dubbio le tue capacità, la tua voglia di lottare, qualcuno che, con quel tono tipico delle più becere insinuazioni, si domanda cosa tu ci faccia lì.
Ti dicono che è arrivato il momento di scendere al piano di sotto, perchè quello in cui ti trovi è effettivamente troppo alto per te, “soffri le vertigini, ma non preoccuparti, ti curiamo noi”.
Avevano tutti ragione quindi? Perché gli altri ce l’hanno fatta e tu no?
Sei mesi fa ti sentivi in cima al mondo, e adesso? In uno schiocco di dita è tutto cambiato.
Ci vuole del coraggio a tornare quello che si era prima, ad essere grati delle cose che un giorno erano sembrate oro e adesso sembrano una tortura. Chi lo sa, magari se ti svegli una mattina e ti rendi conto che puoi continuare a crederci poi in una domenica di novembre ti ritrovi con un trofeo in mano, con tutto il paddock che ti sorride e ti stringe la mano.
Tutti, caro Pierre, anche chi a volte lo dimentica, sappiamo cosa significhi credere in qualcosa e rendersi conto che in quel momento non è possibile in nessun modo realizzarla. Conosciamo quella sensazione di sentirsi le mani legate, volersi muovere in qualsiasi direzione ma non essere capaci di liberarsi.
Questa è una delle poche cose che voglio portarmi dietro da Interlagos, la consapevolezza che alla fine può andare bene, che rimanere lì a crederci è l’unica cosa giusta da fare. Per quanto riguarda il resto, beh, può anche finire nel dimenticatoio e saluti alla famiglia.
Viene il sospetto che nel paddock prima della gara girasse roba davvero buona, di quella che genera follia tra le menti illuminate (Hockenheim, do you copy?) e fa cambiare la geometria dello spazio (“Ma se stavamo andando tutti dritti come abbiamo fatto a investire?”).
La risposta è ignota ai più e questa domanda finirà tra i grandi quesiti irrisolti della storia dell’umanità.
Nel frattempo quello che dobbiamo fare è goderci i due gradini più bassi del podio di domenica, quelli della normalità e della fatica, quelli del sembra tutto facile, finché ti rendi conto che non lo è mai.

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