Volanti dritti e rovesci

di Eugenia Di Giorgi

 

Gli anni in cui ho seguito assiduamente la Formula 1 sono purtroppo molto pochi, si contano sulle dita di una mano, e riesco benissimo a vedere le vostre espressioni di disapprovazione, le condivido pure, pensa un po’, ma purtroppo degli anni precedenti al 2014 ho ben pochi ricordi: sta per finire solo il quarto anno in cui vedo rosso come prima cosa la mattina.

Me ne dispiaccio, a mia difesa potrei portare diverse motivazioni, ma comunque, excusatio non petita accusatio manifesta, quindi andiamo avanti.

Il mio punto di vista è orfano di ogni confronto con le epoche passate, con i grandi volti e nomi che conosco solo per racconti e tentativi personali insistenti di recuperare il passato. Non posso dare un’opinione personale su tutto questo, ma posso fare altro.

Mentre voi tutti eravate alle prese con la Formula 1 alle mie spalle (scherzo ovviamente, sono molto gelosa e pentita di essermi svegliata tardi), io ero alle prese con levatacce all’alba e nottate insonni a causa di altri soggetti: qualche racchetta, dei pattini, piscine… E sempre mentre l’unico mio contatto con la F1 era sbottare ogni tanto “certo che questo Vettel sembra proprio fortunato!” (ma che ipocrita!) ho imparato ad amare e ammirare atleti come Federer, Kostner, Phelps e mille altri. La cosa importante da sapere è che ho scoperto che tutti questi hanno qualcosa in comune: l’amore, il rispetto e l’impegno. Quindi sempre mentre mi disinteressavo di macchine, ho imparato cosa è Sport. E chi mi conosce ora si metterebbe le mani alla testa e mi direbbe “Eugenia, lo sooo”, ma qui posso ridirlo: lo sport è ricchezza d’animo, è mettere in prospettiva, guardare al futuro con gli occhi aperti, è incassare tenendo la testa alta, è soprattutto imparare. Sport è perdere e andare a congratularsi sinceramente con il proprio avversario, sapendo che merita la vittoria quanto noi, è rispettare se stessi, con debolezze e difetti, sapere dove si è e dove si vuole arrivare, e rispettare l’altro, perché è questo che ci rende umani, l’empatia. Lo sport è cadere mille volte e piangere un paio d’ore ogni volta, poi darsi un paio di schiaffi, tornare in campo/ghiaccio/piscina/pista e ricostruire senza cercare giustificazioni.

Ecco, sport è dire “ricominciamo” quando pensavi di essere giunto al traguardo.

Vi ci sarete ritrovati pure voi in qualcosa del genere, ne sono certa, di dovere iniziare da capo qualcosa che pensavate fosse già finita e invece avete scoperto essere un fallimento. È uno sforzo quasi fisico, oltre che mentale, bisogna metterci tutte le energie che si possiedono (soprattutto se ogni volta che ti ci rimetti in testa risuona “Io ti amooooo, ricominciaaamooo” a tradimento, a me capita sempre, giuro).

Ognuno dei nomi che ho citato sopra è passato attraverso tutto questo, e io sono stata così fortunata da vivere ogni passaggio della loro crescita sportiva, ho versato lacrime e perso ore di studio per loro e tutti mi hanno insegnato a crescere con una determinata mentalità.

Avrete già capito dove voglio arrivare con tutto questo pippone (anche voi ora potrete dirmi con le mani nei capelli “Eugenia, bastaaaa”), ma ve lo dico lo stesso.

Quando è iniziato l’anno del signore (no, non Hulk) del 2015, dopo aver seguito a tratti la stagione precedente, ho iniziato non ricordo da dove, né perché, a seguire ogni weekend la formula 1, e il punto di svolta è stato ovviamente quello della prima vittoria della Ferrari da due anni a quella parte con tanto di “potete tornare a riaprire lo champagne” e wow vari, ma soprattutto con quelle urla, quelle lacrime, quell’incredulità.

Pensi che quando uno ha vinto tutto poi si abitua a vincere, e invece no, un poco come quando vinci il tuo ventesimo titolo del grande slam e ti commuovi nel ringraziare il pubblico che ti ha sostenuto per vent’anni, ecco, così è stato Sebastian Vettel, a piangere come un bambino, perché aveva vinto con una tuta rossa.

E quindi posso dirlo con certezza: come già mi era successo per altri sport e altri atleti, è stato proprio il suo amore per questo colore a farlo amare anche a me. Definitemi come volete, Vettelina? Mi va bene, se è quello che sono, ma io mi chiedo come si possa non essere tifosi di questo signore qua.

Se ne sono dette di ogni tipo, è stato spiegato più e più volte perché è stato proprio lui a portare la Ferrari al fallimento, qualcuno invece ha detto che è stato proprio lui invece a farla rinascere, sicuramente è stato lui che è finito nella ghiaia in Germania, davanti al suo pubblico, mentre era al comando della gara, come sicuramente è stato lui a conservare quelle gomme in Bahrain per quei giri infiniti; è stato lui a girarsi a Monza, davanti al suo altro pubblico, ed è stato sempre lui a gettarsi con occhi e chiappe chiuse in quel sorpasso su Bottas, per vincere a Silverstone. Due pari, palla al centro.

Abbiamo ragione tutti, e tra coccole ed epitaffi ognuno ha detto la sua.

Lasciate che dica la mia, con la mia visione tutta stelline e unicorni: nella mia personale classifica, Sebastian Vettel merita un posto d’onore, forse mezzo gradino sotto il primo che ho citato, forse solo per ora, chi lo sa?

Il talento è importante, è quello che ti porta in cima, ti fa vincere mondiali, tornei, competizioni.

Ma ho imparato che il talento non basta, potremmo fare qualche nome ma non è la sede: è quello che ci costruisci sopra che fa la differenza. Sono la pazienza e l’impegno, il prendersi responsabilità con oneri e onori, metterci entusiasmo e umiltà a far si che un campione diventi un Campione.

È mancato nei momenti importanti? Discutibile, ma questo farebbe comunque di Vettel solo il perdente (nel senso letterale del termine) di questo mondiale, non il fallito o la causa del male supremo.

È difficile sostenere qualcuno che ti “delude”: è difficile andare a letto alle 4 di notte per una partita di tennis dopo che il giocatore per cui tifavi ha giocato male malissimo ed ha perso miseramente, o svegliarsi speranzosissimo alle 6 del mattino di domenica, dopo che sei andato a letto due ore prima con qualche bicchiere di vino di troppo nello stomaco, e vedere il pilota per cui tifi fare una partenza strepitosa per poi girarsi e dover ripartire dal fondo. Ci si stanca. Si dorme male maledicendosi perché si è scelto sempre quello sbagliato. Quello che si innervosisce e a cui capita di fare qualche errore, e non l’avversario freddo e cinico, lucidamente capace di analizzare ogni situazione e trarne il meglio.

Poi però ad esempio arriva il gennaio di qualche anno dopo, dopo anni di sofferenze, e il giocatore per cui tifi vince magicamente il primo Slam dell’anno, contro il suo avversario di sempre, quello che lo batte ogni santa volta: improvvisamente tutto ha senso e tutto è bello, ci si rende conto che ne è valsa la pena, perché pure quando soffrivi vedendogli sbagliare quello stramaledetto dritto su qualsiasi match point di qualsiasi finale stavi aspettando quel momento, stavi incamerando adrenalina per quando sarebbe successo. E forse il punto non è che Federer abbia vinto davvero quel diciottesimo slam quando tutti pensavano fosse un nonnetto e “perché non si ritira?” era la tipica frase da bar, ma è che ci ha portati a crescere mentre aspettavamo, rimanendo sereno nelle sconfitte, sottolineando concetti ovvi che forse non lo sono mai abbastanza, ad esempio che l’importante è amare quello che si fa, farlo bene, con tutto il proprio impegno, in modo da dire alla fine “io ho fatto tutto quello che potevo”.

Vettel per me sta facendo lo stesso, sta sbagliando, già detto in mille salse, in questa e in altra sede, ma non cerca giustificazioni, protegge la squadra, anche se alcuni di voi pensano che così facendo si prenda le colpe, dà ogni cosa che ha quando probabilmente non ha più niente, anche se sarebbe più facile alzare le mani e faticare meno. Ditemi che a nessuno di voi è successo di arrendersi dopo mille tentativi perché era molto più facile, perché anche solo l’idea di lasciare andare vi faceva sentire meno stanchi e afflitti; se dite “no” chiudo tutto e me ne vado.

E provate a immaginare di stare perdendo il Mondiale, tutto quello che avete sperato e sognato, per cui avete lavorato ogni giorno, sacrificando probabilmente molto altro, vi sta scivolando via anche per colpa vostra; non vi sentireste così esausti e svuotati da volere solo rimanervene a casa sul divano con accanto due bambine a cui non frega niente se perdete o vincete e non pensarci più? Se dite ancora “no” siete dei bugiardi. E non siete Sebastian Vettel, che invece tutto questo lo ha pensato sicuramente, lo diceva la sua faccia, eppure è tornato, e ci ha provato, pure quando non c’era più speranza, credendoci, e facendo credere anche noi, che infatti eravamo delusi come se alla fine avesse perso il Mondiale per un punto.

È andata male, ma ogni passaggio del post gara del Messico per me è enciclopedico nello spiegare cosa è sport. Rispetto, impegno, gratitudine.

Dunque in conclusione direi che Vettelina è il responso.

La verità è che è facile tifare nei momenti positivi, quando si vince e tutto va dalla parte giusta, è molto più difficile, ma molto più significativo, essere tifosi quando le cose vanno male e non si trova la strada giusta.

Potrebbe interessarti anche...