Una pista tutta per sé

La vita scorre veloce quando ti diverti. Ed è così che siamo già al secondo gran premio della stagione. E c’è una cosa a cui ho pensato e che vorrei condividere. Non ho una risposta, né mi aspetto che ce l’abbia qualcun altro.

Ho sempre pensato e detto che le discussioni importanti vadano fatte tutti e tutte assieme, che ci sia bisogno di tutte le voci per dare dignità a una causa. Che i problemi riguardano anche quella fetta di persone che non ne sono direttamente coinvolte. Non parlo di contraddittorio, che è una parola che mi fa venire quella strana e improvvisa voglia di prendere la prima cosa che mi viene sottomano e farle del male. No, mai. Parlo di far sì che il cambiamento sia di tutti e non solo di chi risente direttamente del problema in questione. Ho sempre pensato che dividere per categorie significasse aggravare il problema. L’impero romano ci insegna: dividi e conquista non funziona.

Partendo da questo presupposto metterò i miei due cent non richiesti sulla questione F1 Academy.

Per le assunzioni da cui sono partita non è una categoria che va naturalmente verso la mia comprensione e accettazione, eppure sulla questione della parità di genere ho imparato a fare compromessi con quello che mi sembra assolutamente giusto e quello che mi sembra un po’ sbagliato.  Perché non ci sono modi moralmente regolamentati per risolvere la situazione. La cosa più costruttiva sarebbe parlarne, istruire, risolvere. Ma questo modo non sempre funziona, perché i comportamenti disfunzionali che hanno creato questi disequilibri non sono risolti e, cosa più importante, non sono quasi mai identificati come tali.

Il buon senso non darebbe nessun motivo per dividere le categorie per genere, potrei sbagliarmi, ma credo sia così. Abbiamo uno sport non basato esclusivamente e direttamente sulla forza fisica, le dimensioni corporee o la muscolatura. Non ho mai guidato un’auto da corsa, ma mi fido di chi ne sa e ha più esperienza di me. Abbiamo anche in Formula 1 piloti non eccezionalmente prestanti o alti.

Ed è così che in Formula 1, e in altre categorie ugualmente (o più) competitive ma più snobbate o che vengono prima nel processo “di crescita” di un pilota, come F2, F3 o F4, ci sono state nella storia più o meno recente piloti donna.

Ah, piccola parentesi, sull’estendere il maschile “pilota, piloti” al femminile l’enciclopedia Treccani ci dice questo:

“l’uso al femm. stenta ad affermarsi come forma linguistica [una pilota, le pilote], preferendosi estendere il masch. anche alle donne che si dedichino a tali attività, oppure ricorrere all’uso attributivo [una donna pilota, le donne pilota])”

Quindi non sarebbe un delitto declinarlo al femminile, ma per il bene di questa conversazione e della serenità mentale di qualcuno di voi non utilizzerò il femminile in questo pezzo, perché l’uso del genere delle parole come la mamma lingua italiana lo ha fatto a volte sembra una cosa davvero difficile da digerire.

Questa questione mi ricorda un’altra situazione che per me è molto familiare perché ci sono dentro fino al collo, una matassa difficilmente sbrogliabile. Le donne nelle materie scientifiche. Dalle studentesse alle professoresse ordinarie. Ci sono tante statistiche in giro, al livello che volete, ci sono i dati ISTAT per l’Italia, ma non li metterò qui, che già mi sento traballare sul filo di un livello di attenzione molto basso.

La mia esperienza personale è molto semplice, in un gruppo di lavoro di nove persone, io sono l’unica donna. E una dottoranda per di più, la seconda posizione più junior che potrei avere, la prima se parliamo di posizioni che contano ufficialmente come “forza lavoro” (o men power, come i miei colleghi amano dire) di un gruppo.

Eppure ho costantemente la richiesta esplicita di dimostrare dove stia il problema, di giustificare perché lascio le stanze quando iniziano a fioccare le battute sessiste, di rispondere a domanda inappropriate sulla questione in generale. Durante le conferenze e le riunioni della collaborazione di cui faccio parte, non ci sono mai abbastanza angoli dietro cui nascondermi dal mio responsabile, posti abbastanza lontani durante le cene senza che le sue parole mi mettano in posizioni molto difficili.

Mi domando spesso come persone tanto intelligenti, che hanno raggiunto il massimo livello di istruzione, possano essere così tanto socialmente impreparate.

È inutile scendere nel dettaglio, perché probabilmente tutte sanno di cosa parlo. E anche gli altri, anche se non hanno notato, non hanno visto, che potevano fare, che potevano dire, so’ ragazzi, cit.

Ho detto tutto questo per un motivo, non solo per esporre i miei difficili anni di dottorato, che probabilmente, anzi sicuramente perché lo so, sotto questo punto di vista sono stati anche migliori di quelli di altre dottorande, in fisica e anche non.

Mi è successo, durante l’ultimo meeting di collaborazione, di essere invitata ad un women’s lunch con ricercatrici e professoresse dell’istituto che ci ospitava. Inutile dire che tutto questo è successo all’estero.

Tutte noi della collaborazione (ovviamente per tutte intendo due senior e sei dottorande o post-doc su una partecipazione di circa sessanta persone) abbiamo partecipato controvoglia. Io stessa ho pensato che non fosse utile, che non avevo voglia di sedermi lì, con altre ricercatrici e professoresse. Pensavo fosse un’anticamera alla ghettizzazione. E, soprattutto, non volevo essere vista o pensata in quella situazione dai miei colleghi maschi, perché io non voglio essere diversa, o considerata diversa, da loro.

Poi durante questo pranzo una persona ha detto che quello stesso mio capo, di cui io pensavo dovessi accettare e farmi scivolare addosso i comportamenti, aveva detto qualcosa di inappropriato anche a lei. E, onestamente, nella mia testa si è accesa una lucina.

Ho parlato senza nemmeno sapere che potevo farlo. E non ho ricevuto nessun “bisogna adattarsi”, “manca poco alla fine, tieni duro”, “ignoralo”. Ho ricevuto la consapevolezza di chi aveva le armi e i consigli istituzionali giusti.

E questa è una mia storia, che è una storia come tante, anche banale rispetto a molte.   

Poi l’altro giorno ho letto che questo sarebbe stato il primo weekend per la F1 Academy e ho scoperto che il mio punto di vista era leggermente cambiato. Anche qui, come mi ha detto una volta qualcuno, è questione di numeri. Come nei tuffi. La Cina è una strapotenza dei tuffi, perché? Sono tantissimi in generale, e sono tantissimi che praticano quella disciplina. In mezzo a quei numeri enormi, troverai sempre gli atleti e le atlete eccellenti, molto più che negli altri paesi in cui il numero dei e delle praticanti non è così alto e quindi hai un campione minore tra cui creare competizione.

Ecco, i miei esempi fuori contesto sono finiti.

È vero che nel motorsport le donne che praticano sono molto meno dei maschi, dalle prime categorie a salire. Non ho numeri, da vera scienziata non ne utilizzo… Come nelle materie scientifiche, non è una questione di interesse o preparazione, è una questione di investimenti, di convenienza, e soprattutto di cultura. Ed è vero, come dicevo, che non c’è motivo di dividere le categorie. Ma anche come dicevo prima, se la cosa giusta è una, quella che può fare la differenza è un’altra.

E fare la differenza in questo caso è collegato a forzare la situazione, a creare un ambiente in cui ci si possa riconoscere l’una con l’altra, che sia rappresentativo, che esiste per QUELLO.

Non è bello, obiettivamente chi vuole essere messo da parte perché qualcuno dopo non venga più messo da parte? A nessuno piace essere favorito solo perché si riconosce in una certa categoria di genere. Ed è così e basta, al di là del fatto che qualcuno voglia pensare il contrario. A nessuno piace essere scelto esplicitamente non perché sia più preparato di qualcun altro, ma perché bisogna fare numero. Eppure è l’unico modo per equilibrare una bilancia che in questo momento pende tutta dall’altra parte. È da secoli che gli uomini vengono scelti e hanno le cariche più importanti solo perché sono uomini. Non ci facciamo male se forziamo una certa percentuale di partecipazioni per cambiare questa cosa.

Quello che riguarda le donne passerà comunque come una cosa inizialmente un po’ ridicola e poco davvero seria. Ci vorrà sempre il doppio delle energie per essere prese sul serio. Lo vedo io in me stessa, come osservatrice e come soggetto osservato. Contemporaneamente ci sarà sempre un problema più grande da risolvere.

Per la prima volta penso che una categoria femminile, per iniziare a risolvere sistematicamente questo problema “di numeri”, forse può essere la soluzione. Con gli investimenti, la visibilità di accostare la categoria alla Formula 1, il dare punti per la super licenza. Perché tu le vedi che sono lì, e il solo essere lì da sole è perché bisogna cambiare il sistema. E sta succedendo che i maschi si mettono da parte, per lasciare spazio alle colleghe.

È difficile da accettare, mettersi da parte, non avere un ruolo, non dover “aiutare”, ma è una possibilità concreta per andare avanti.

Non sono cambiamenti che facciamo oggi per avere risultati domani, il livello deve crescere, le categorie fondersi l’una all’altra. Però è un passo in avanti, per chi ha voglia di farlo.

A woman must have money and a room of her own if she is to write fiction drive cars.

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